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L’Utopia si può realizzare.

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Nel lungo cammino ormai secolare che ha visto la civiltà industriale dominare e trasformare il pianeta, la casa è stata da sempre un elemento nodale e fondante. Ha dato forma alle esigenze mutevoli delle classi sociali e ha dato risposte alla domanda economica di un bene strategico e insostituibile.

Il sogno, la prefigurazione di ideali modelli di vita, hanno trovato concreta rappresentazione nelle proposte di case e di aggregazioni di case.

Mentre nel dopoguerra si ri-costruiva il novecento, dalle macerie delle città dell’ottocento e “l’agglomerato” si espandeva sino e mostrarsi nella sua attuale forma di “territorio” urbanizzato, in questa “città diffusa”, la casa rimaneva e rimane l’elemento elementare di questo immane e complesso reticolo sociale.

Questa enorme trasformazione planetaria ha creato un modello globale che è ormai parte inscindibile del pensiero moderno e della realtà sociale ed economica di ciascun abitante di questo pianeta. Il tempo della semplificazione è terminato, sostituito da “altro”, che permette di decodificare e ri-costruire la nuova realtà: la sostenibilità ambientale.

Nel suo immenso “fare” l’uomo ha sacrificato alle volte inconsapevolmente ma comunque in modo suicida l’ambiente, il suo habitat, ovvero la condizione primaria e indispensabile che rende possibile la sopravvivenza e quella delle generazioni future.

Di questa immensa problematica gli Utopisti ne avevano parlato e discusso, avevano realizzato modelli di vita e nuove “città” per un Uomo che da libero, potesse trovare un equilibrio tra la società, il sociale e l’ambiente “naturale” (ricordiamo per tutti Soleri e la sua città di “Arcosanti” nel 1965 ). Queste utopie partivano da lontano, dal 700 ma è soltanto ora che l’intera Società si interroga in modo concreto sul modello di sviluppo che ha realizzato, solo ora la società cerca soluzioni concrete per correggersi e correre ai ripari dalle gravi conseguenze ambientali che questo modello ha provocato.

Le tecnologie sono mature per trasformare e modellare il nostro micro-cosmo quotidiano, per rendere meno influente sull’ambiente la nostra incessante volontà di trasformazione e di ricerca del benessere personale. Oggi l’Architettura si è finalmente spogliata dei suoi miti, accettando di lasciarsi modellare dalla presenza /essenza della tecnologia. Ecco allora che l’edificio racchiude la “summa” dei saperi materiali e sperimentali del tempo che stiamo vivendo e questa “contaminazione” porta a rivedere, senza preconcetti, le forme e le tecniche del passato, che sono state alla base dell’architettura vernacolare.

Un momento questo, di grande libertà creativa, senza modelli, dove l’Accademia si è spenta da sola dichiarando così la propria incapacità a rispondere alla storia. La sostenibilità racchiude in se il pensiero della modernità e dischiude nuove forme e nuovi paesaggi urbani, che prefigurano la città del futuro. Una città comunque, sempre meno “urbana” ma riconoscibile per forme e materiali appartenenti al ciclo naturale della vita sul Pianeta. Basta sfogliare gli ultimi numeri delle riviste internazionali di Architettura e le immagini sono queste: grattacieli vetrati intesi come grandi serre simili al “Jardin des plantes “ a Parigi, dove il micro clima è riprodotto attraverso un’auto produzione energetica, dove i materiali sono riciclati dalla città esistente, la quale viene cannibalizza per diventare la “grande cava” disponibile per la costruzione della città sostenibile. Il legno, materiale da costruzione naturale per eccellenza, esce dall’interno delle stanze e si riproduce attraverso una metamorfosi tecnologica sulle facciate, che pur nella loro inconfondibile modernità, formano paesaggi che rimandano a città in bilico tra urbano e non-urbano.

Dentro l’intima struttura di questi edifici, così domestici, in realtà vive una tecnologia che è la sintesi più avanzata del sapere materiale dell’uomo moderno. Non è dunque un tuffo nel passato che viene riprodotto ma all’incontrario è il futuro che sta parlando a ciascuno di noi con un linguaggio semplice e riconoscibile, dolce e morbido come la nostra infanzia.

C’è dunque necessità che il “sapere” mantenga la propria coerenza con il “fare”, che costruire ritorni ad essere quel momento di sintesi culturale di un “determinato periodo” e che la qualità che questo esprime, diventi elemento di arricchimento e di selezione nella Società.

A cura dell’Architetto Adriano Lazzari

Allegati:

L'utopia si può realizzare.pdf


Ultimo aggiornamento (Martedì 09 Marzo 2010 15:45)

 
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